C’era una strana quiete sul crinale dell’Aspromonte quel giorno. L’aria era pregna del profumo di pini e di erbe selvatiche, mentre il sole si insinuava tra le vette come a cercare di svelare un segreto nascosto per secoli. E forse lo aveva trovato.
In un punto impervio, difficile da raggiungere, alcuni volontari del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) si imbatterono in affioramenti di pietre coperte di muschio. Quelle pietre, apparentemente ordinarie, erano in realtà tracce di una muraglia antica, estesa per oltre 2,7 km, riconducibile, con molta probabilità, al “muro di Spartaco.”
Studiando le tracce di insediamenti magnogreci e romani nel Parco dell’Aspromonte, un team di esperti formato dal professor Domenico Vespia del Gea (Gruppo Escursionisti d’Aspromonte), dal professor Franco Prampolini dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, dagli architetti Rocco Gangemi e Dina Porpiglia, e da altri ricercatori, giunse alla conclusione che il manufatto fosse antico per posizionamento, architettura e struttura, e attribuibile a un’azione militare in epoca repubblicana.
Lo vedo, con i suoi riccioli bianchi e quelle sopracciglia che sembrano contenere il peso di pensieri silenziosi. Si china sul pacco, mani ferme e decise, mentre tira, avvolge, annoda. È un rito. Le dita scorrono sullo spago come un artigiano che modella l’argilla, un artista che compone una melodia invisibile fatta di gesti e tensioni. Ogni nodo è un sigillo, ogni intreccio una promessa.
Dentro quei pacchi ci sono i profumi della mia infanzia: il pane che mia madre cuoce ancora nel forno antico, seguendo la ricetta delle donne di Platì; il sapore intenso dell’olio; i dolci che sanno di festa. Sono pezzi di casa, di una vita che ho lasciato, ma che mio padre sembra voler richiamare, pezzo dopo pezzo, spago dopo spago.
Mi racconta, senza bisogno di parole, che quei nodi non sono solo per tenere insieme il pacco: sono un’eredità. Mio padre li ha imparati da suo padre, mio nonno Ciccio. Mi immagino mio nonno, mulattiere come suo padre, con il viso scurito dal sole e le mani forti di chi viveva in simbiosi con la terra. Ogni volta che partiva per un viaggio, legava i carichi con la stessa meticolosità, perché quei nodi non erano solo legami materiali: erano certezze. Un carico sicuro significava proteggere ciò che aveva di più caro, il frutto del suo lavoro e del suo amore per la famiglia.
Forse mio nonno si esercitava da ragazzo, mentre osservava la natura e i suoi ritmi. Forse ogni nodo che stringeva era un modo per sentirsi in sintonia con quella terra aspra e generosa che ti chiede tanto, ma che sa ricambiare con bellezza e abbondanza.
E mio padre ha preso quel gesto e lo ha fatto suo. Lo vedo mentre piega la testa, concentrato, e il suo silenzio è pieno di cose non dette, di parole che non ha bisogno di pronunciare. Ogni nodo è una dichiarazione: “Mi prendo cura di te. Sei sempre parte di questa casa.”
Io quei nodi cerco di scioglierli con la stessa cura con cui sono stati legati. Tagliassi lo spago, sarebbe come tradire quel gesto che ha richiesto impegno e tempo, come spezzare un legame invisibile ma profondo. Non posso tagliare quella corda. Ogni nodo merita di essere sciolto con il rispetto e la pazienza con cui è stato fatto, come se sciogliendolo, stessi decifrando un messaggio, una cura che viaggia da sud a nord. Ho una scatola piena di quei fili, annodati e accartocciati, che per me non sono solo spago: sono storie, legami che viaggiano, da un padre a un figlio.
Quando apro i pacchi, il profumo del pane e delle prelibatezze fatte in casa invade la stanza. Mi fermo un attimo, chiudo gli occhi, e in quel momento non sono più nel mio appartamento del nord: sono lì, in cucina, con mia madre che impasta e mio padre che lega con la stessa precisione e dedizione con cui un tempo i mulattieri caricavano i loro animali per attraversare l’Aspromonte.
Quei nodi sono un ponte tra generazioni, tra un mondo che cambia e una tradizione che resiste. Sono un simbolo di cura, di appartenenza, di un amore che non ha bisogno di gesti plateali, ma vive nelle cose semplici. E ogni volta che ricevo uno di quei pacchi, sento che i nodi di mio padre mi tengono ancora stretto a quella terra, a quella casa, a lui.
Nella radice dell'Erica Arborea è custodita la mia anima. Quella radice, profonda e tenace, affonda nella terra aspra dell’Aspromonte, lo stesso terreno che i miei antenati hanno solcato per secoli, in silenzio e con tenacia. Mio nonno, come suo padre e suo nonno prima di lui, era mulattiere: si svegliava prima dell’alba, preparava le bisacce e si metteva in cammino, attraversando il cuore della montagna a dorso di mulo. Tra quelle bisacce, portava spesso radici d'erica, raccolte con mani esperte. Radici che, nelle mani di artigiani, si trasformavano in pipe destinate a viaggi incredibili, alcune addirittura oltre l’Oceano, fino in America, seguendo la stessa rotta degli emigranti del mio paese. Le pipe diventavano ricordi di casa, tenuti stretti dai nostri compaesani come simboli di un mondo lontano, carichi del profumo della nostra terra.
Il mio trisavolo era conosciuto come Cocciularu, soprannome che ancora oggi echeggia nella mia famiglia. "Cocciulo" è il nome dialettale di una piccola conchiglia di terra, usata per custodire i bachi da seta nella produzione della sericoltura. Il mio trisavolo commerciava queste conchiglie, portandole nei suoi viaggi con il mulo, unendo così il mondo del lavoro alla tradizione. Quel nome, Cocciularu, era un simbolo d'ingegno e di duro lavoro, un soprannome che narrava la storia di un uomo che sapeva unire le sue radici alla sua vocazione.
Il nostro sangue scorre lungo una linea ininterrotta di mulattieri. Mio nonno, fino agli anni '50, continuò a fare il mestiere di suo padre Pasquale, che a sua volta l’aveva ereditato da Francesco, generato da Antonio, a sua volta figlio di Francesco, e ancora da Rocco, Assunto e un altro Francesco, mulattieri da generazioni. Tre secoli di uomini che conoscevano il peso delle bisacce e il suono dei passi lenti del mulo sulle pietre. Essere mulattiere significava partire quando il cielo era ancora buio, affrontare nebbie fitte, neve, piogge e intemperie. Significava percorrere strade impervie, senza mai fermarsi di fronte a nulla, perché la merce doveva arrivare a destinazione.
Un tempo li chiamavano vaticali, dal latino "viaticus," viaggiatori, pellegrini delle loro giornate. In passato si servivano di carretti per il trasporto, ma poi solo del mulo, perché il mulo è duro, forte, resistente. Era il compagno fedele che poteva sopportare il freddo e la fatica; eppure, persino lui, a volte, soccombeva insieme al suo padrone sotto il peso della montagna e delle sue intemperie.
I miei antenati sono stati viaggiatori instancabili, erranti nel tempo e nello spazio di quei sentieri che li vedevano andare e tornare, sempre fedeli alla loro missione. Questo legame con il passato è viscerale, un culto che porto nel sangue. Sono pellegrino anche io, non di strade ma di memorie, e ogni passo che faccio verso la scoperta della mia storia è un omaggio a loro, agli uomini e alle donne che mi hanno preceduto e che, come radici profonde, ancora oggi mi sorreggono.
Francesco Violi di Raimondo
Più che una lezione di storia, quello che io voglio fare oggi è parlare di storia ma sotto forma di racconti. Voglio offrirvi dei racconti che trovano la loro radice nell’essenza della terra come segno di appartenenza di un popolo, a una classe sociale se vogliamo, ma soprattutto come elemento distintivo della dignità dell’uomo lavoratore. Il titolo di questa giornata porta come incipit del discorso il nome di Caci il brigante o meglio Ferdinando Mittica di Platì. Prendiamo per un attimo tale figura come espressione sociale, come emblema o meglio come uno dei risvolti che scaturiscono dalle lotte legate alla terra spesso originate dai soprusi del signorotto di turno o puramente per questioni politiche. Ma partiamo soprattutto dal titolo di questa manifestazione Radici in Aspromonte. Dire radici significa andare in fondo alle cose. Io prima di essere uno storico sono archeologo di formazione e l’archeologia ha una bellissima similitudine con la vita: se vogliamo giungere al vero dobbiamo scavare. Prime delle lotte contadine del ‘900, prima della vicenda di Mittica, dobbiamo fare un salto nella Platì del 1700. Tolstoj diceva che “solo col lavoro agricolo può aversi una vita razionale, morale. L’agricoltura indica cos’è più e cos’è meno necessario. Essa guida razionalmente la vita. Bisogna toccare la terra.” Platì nasce da contadini, il primo cittadino del villaggio delle origini era un contadino. In uno dei registri parrocchiali, vi è un appunto che ci ha lasciato un arciprete dell’800 e cita: "Memoria: Il re Ferdinando d’Aragona nell’anno 1505 diede alla Casa "Cariati la foresta PRATI e BARBARA, e da quest'epoca in poi PLATI' riconosce la sua origine, perché i Principi di Cariati per richiamare della gente ad abitarvi concessero casa ed orto franco di censo (ossia canone)." Ecco che per il sorgere del villaggio, elemento cardine è stato proprio la terra, o meglio la possibilità di lavorare la terra e vivere del raccolto.
Premesso questo torniamo al nostro racconto: siamo a metà del 1700 e un gruppo di contadini si trova col proprio bestiame tra le foreste di Platì e dintorni. Un giorno come tanti alcuni di loro vengono presi d’assalto da un gruppo armato di bastoni e quant’altro. I primi sono cittadini di Platì e gli altri sono gli uomini al servizio del barone Francesco Coscia di Careri e visti i secoli che sono trascorsi possiamo tranquillamente menzionare nome e cognome:
Nella sua opera più conosciuta, Francesco Perri svela tutti quei tratti contadini di un mondo che lui custodiva dentro e a cui ha dato voce.
Era il 1928 e i racconti e la vita dei suoi padri prendevano forma dentro le pagine di Emigranti.
“La notte era tiepida ma triste, una notte di fine maggio con una falce di luna calante, che pendeva sopra Aspromonte. Il burrone s’incurvava ripido, verso la valle, poi strapiombava. Era tutto sparso di ginepri e di finocchi selvatici; a metà costa una piccola quercia era nata sul precipizio e stormiva al vento leggero. Le stelle in cielo erano rare e brillanti, in un azzurro pallido: la luna toccava la cima dell’Appennino”.
L’Aspromonte, che è stata fonte di ispirazione per Francesco Perri, è una montagna splendida, che ha un fascino particolare.
Arriva ad una altitudine di quasi 2000 metri e ha particolare geologia, che è il risultato di una evoluzione geologica e morfologica iniziata più di 500 milioni di anni fa e ancora in corso.
Il Geoparco dell’Aspromonte, diventato di recente sito Unesco, si trova lungo la catena degli Appennini, e corrisponde a un frammento della catena alpina staccatosi dalla Spagna, dall’Italia nord-orientale, dalla Sardegna e dalla Corsica. Un insieme di montagne, crinali e altopiani si alterna a valli profonde scolpite da torrenti naturali unici, chiamati “fiumare”, che nel tempo hanno modellato la dura roccia del substrato cristallino-metamorfico e creato cascate spettacolari. L’eccezionale geomorfologia del Geoparco consente una bella veduta a 360 gradi dello Stretto di Messina, del Monte Etna, delle Isole Eolie, dei territori calabresi greci, del territorio di Locri e della Piana di Gioia Tauro.
Non stupisce che il poeta Perri abbia amato sempre questi luoghi, sullo sfondo del profilo delle case del suo paese natale.
Francesco Violi
Rileggendo questa poesia con occhio critico, mi accorgo di come ogni verso rifletta una tensione intima e viscerale, un confronto tra l’anima e le radici che definiscono chi sono. Ho voluto esplorare il concetto di appartenenza, non come idea astratta ma come legame tangibile, quasi corporeo, tra la mia identità e la terra che lascio. È la pelle, infatti, a "sentire" quel contatto con la terra, a ricordarmi che le mie origini sono una parte viva e persistente di me.
Dal punto di vista stilistico, mi sono lasciato guidare dalle immagini arcaiche di pastori e contadini, elementi che per me incarnano una Calabria ancestrale, quella che mi ha cresciuto. Ogni immagine si collega non solo alla memoria personale, ma anche a una memoria collettiva, come se queste voci e queste rughe fossero parte di una storia universale.
Forse è proprio qui che si trova la forza della poesia: nel bilanciare il particolare e l’universale, nel trasformare una ferita personale in un’esperienza condivisibile, rendendo il lettore partecipe del mio strappo interiore. Scrivendo, ho cercato di portare chi legge a sentire quell’“argilla di Dio”, quella terra che accoglie e trattiene, a vivere l’attesa paziente e immutabile di chi resta.
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